Sul definirsi…

Who am I? Do you mean where I’m from? What I one day might become? Where I’m from? Do you mean what I do? What I’ve done? What I dream? Do you mean… what you see? What I’ve seen? What you see or… what I’ve seen? What I fear or what I dream? Do you mean… what I do? What I’ve done? What I fear? What I dream? What I one day might become? Do you mean who I love? Who I love? What I’ve lost? Do you mean what I’ve lost?

Who am I? I guess who I am is… exactly the same as who you are. Not better than. Not less than. Because there is no one who has been or will ever be… exactly the same as either you or me.

Lana Wachowski, Sense8

Le definizioni sono sempre problematiche, soprattutto quando ciò che si cerca di definire sono le persone, e in particolare se stessi. La complessità dell’essere umano è irriducibile, non fosse altro perché:

  • cambiamo nel tempo e questo mutamento avviene costantemente, momento dopo momento. Le nostre identità mutano ed evolvono senza che neppure ce ne accorgiamo, salvo quando la “quota di cambiamento” accumulato raggiunge la massa critica e si manifesta attraverso un gesto, un pensiero o un’emozione che riconosciamo come “nuovi”. In realtà, l’elaborazione è sempre in corso, solo che avviene prevalentemente “sotto soglia”.

  • L’identità non è un’entità monolitica, bensì “modulare”. Siamo esseri relazionali, il che significa che ci adattiamo alle caratteristiche del nostro interlocutore per favorire quel rispecchiamento reciproco che rende possibile la comunicazione. Quando parliamo con i nostri genitori siamo diversi da quando lo facciamo con un amico, un collega, un coniuge, un figlio: questa “molteplicità” è frutto della sintonizzazione che mettiamo automaticamente in atto ogni qualvolta ci poniamo in relazione con qualcuno, e perfino con noi stessi… tutto dipende da quale asse identitario scelgo di evidenziare in quel momento: la mia provenienza, la mia professione, la mia fede, la squadra di calcio per cui faccio il tifo, la mia generazione, la persona per cui provo attrazione…

Sebbene coinvolgano aspetti centrali dell’individuazione personale, le definizioni basate sull’identità di genere e/o sull’orientamento affettivo-sessuale sono dunque a loro volta parziali e non esauriscono la complessità dell’essere umano. Per esempio, la fluidità sessuale è un’attitudine comune nel corso dell’adolescenza, quando il processo di definizione del sé è in pieno svolgimento, e può permanere anche nell’età adulta come espressione privilegiata dell’orientamento affettivo-sessuale.

Le definizioni possono talvolta essere utili per comunicare, in primo luogo a se stessi ed eventualmente agli altri, come mi sento e che cosa mi piace in termini affettivi e sessuali.

Di seguito, una breve disamina dei termini più utilizzati:

  • Asessuale: persona che generalmente non prova attrazione sessuale. Le persone asessuali possono sperimentare eccitazione, un’attrazione di tipo romantico e anche un desiderio d’intimità, ma non sentono il bisogno di esprimere questi sentimenti in maniera fisica, sessuale. Le persone asessuali non sono “astinenti”: non si tratta di scegliere (per motivi filosofici o religiosi) di astenersi dall’avere intercorsi sessuali; semplicemente, non provano il desiderio di farlo.

  • Bisessuale: persona suscettibile di sentirsi attratta in modo affettivo e/o sessuale sia dagli uomini che dalle donne, indipendentemente dal proprio genere.

  • Eterosessuale: persona prevalentemente attratta, sul piano affettivo e/o sessuale, da individui appartenenti al genere opposto al proprio.

  • Gay (o omosessuale, o lesbica nel caso delle donne): persona prevalentemente attratta, sul piano affettivo e/o sessuale, da individui appartenenti al proprio stesso genere.

  • Intersessuale: persona nata con un apparato sessuale e/o riproduttivo, o con una configurazione cromosomica che non corrisponde alle definizioni tipiche di “maschio” o “femmina”. Si tratta in realtà di un termine ombrello che racchiude diversi tipologie di “Differenze dello Sviluppo Sessuale” (DSD).

  • Pansessuale: l’orientamento affettivo-sessuale di coloro che provano attrazione per le persone indipendentemente dal genere a cui appartengono (donna, uomo, transgender).

  • Poliamore: la pratica di avere diverse relazioni affettivo-sessuali contemporaneamente in maniera dichiarata, onesta e condivisa.

  • Queer: aggettivo che può essere usato per riferirsi a una persona gay, donna o uomo, oppure bisessuale, o transgender; alcuni lo preferiscono al termine “gay” perché più inclusivo, non contenendo specifiche relative all’identità di genere.

  • Transgender: termine ombrello che si riferisce alle persone la cui identità di genere si differenzia dal genere sessuale che le caratterizza geneticamente. L’orientamento affettivo-sessuale delle persone transgender è soggettivo e prescinde dall’identità di genere. L’aggettivo “transgender” comprende, fra gli altri:

    • le persone transessuali, quelle cioè che, con l’ausilio d’interventi specialistici, mettono in atto una trasformazione fisica al fine di sviluppare la caratteristiche del genere a cui sentono di appartenere; se la transizione è da uomo a donna si usa l’acronimo M-to-F, se invece è da donna a uomo, F-to-M.

    • i cross-dresser definiti anche, ma con connotazione deteriore, “travestiti”: persone che esprimono il senso di appartenenza a un genere diverso da quello assegnato loro indossando capi d’abbigliamento corrispondenti, nonché assumendone l’”habitus” in termini attitudinali.

    • i gender-queer (o “non-binari”), ovvero le persone la cui identità di genere non è esclusivamente maschile né femminile, e che si collocano quindi al di là della dicotomia “uomo/donna”. L’espressione di sé può presentare una combinazione di caratteri maschili e femminili, oppure di nessuno dei due.

A fronte di questa un po’ schematica nomenclatura, se il fine di ogni psicoterapia è “diventare se stessi”, allora l’unica “definizione” valida è quella che elaboriamo nel corso della nostra evoluzione personale.